Quando privi un uomo d’ogni cosa, materiale e spirituale, cosa rimane? Quando togli la casa, il lavoro, gli affetti, le ambizioni, i sogni ed i desideri, cosa rimane di quell’individuo?
Potrebbe essere la fine o potrebbe essere il vero, unico, sincero inizio per giungere alla vera essenza di noi stessi, il punto di partenza per cogliere nel profondo la sincera voce interiore, l’autentica e genuina integrità della nostra anima. I castelli, i baluardi che durante la vita erigiamo per ed intorno a noi nella ricerca forsennata del conforto e di placidi giacigli, cosa non sono se non lepidi placebo da cui fuggire dalle nostre sempre incombenti ombre e crepitanti riverberi?
La vera essenza dell’Uomo è nella sottrazione di se stesso.
Fino al suo annullamento probabilmente. Poiché dal Nulla ogni cosa può essere edificata, e da un cammino impervio già ricolmo di sassi non vi è spazio alcuno per la crescita di piante nuove ed il rigoglio è nient’altro che spento.
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Volgo il mio sguardo
Indietro appena un poco,
Al tramonto dei giorni
Che m’hanno visto ancora così antico.
Nei fiumi dei secoli
scorsi tra le anse di giornate
spente al lambire d’irraggiungibili brame.
Nemmeno una settimana,
eppure come millenni la mia voce si è fatta rotta e silente
e un sipario d incerta ovatta
è calato sul palcoscenico dei miei pensieri,
e stanco si è piegato il giunco delle mie membra
al peso d’insostenibili amarezze,
per cui nulla impotente potevo,
sterili pugni ed urla silenti,
contro mura d’assurdità beffarde
in frantumi
il mio volere e la mia memoria!
Quanto vorrei, quanto vorrei, quanto vorrei!
E quanto di te, di me ancora voglio!
Raccolgo i cocci di ciò che ero
fino a pochi giorni addietro
Ancora ero.
E non ho che macerie al cospetto rimpianto,
frammenti e sassi e fradici brandelli
D’un io che non può,
ma per gli Dei quanto vorrebbe!
Uomo
Amante
Figlio
Fratello,
nient’altro che schegge e diafane forme
ho perduto in strida e lame di risentimento,
senza il tuo sguardo
senza il mio,
senza certezza nel domani.
Non è stato che un soffio ed un’ora
Da che il mio cuore si dischiuse a te,
amica che bramo ma che già sei
così lontana e perduta,
ancor prima d’averti accanto.
Perduta come aver perso in pochi istanti un fratello,
la certezza di uomo,
di figlio
l’essere non più quercia allo specchio del proprio incanto.
Ed ancora bramo le sorti
Di me che l’io ancor non m’abbandona
Allorché ogni cosa s’arresta,
ed una diga d’ottusità
sbarra il mio incedere.
In questa notte ancora mi cerco,
ed ancora ti cerco,
per la tua voce ed il tuo sguardo
il cui flebile ricordo nei pugni stringo
come sabbia che scivola via
al vento del timore dei giorni
che mi renderanno straniero al tuo cuore,
ed impotente al mio.
Non chino che il capo,
e non proferisco verbo alcuno,
poiché di saio la mia anima mesta si veste
e nulla ha da offrire,
se non che il proprio canto.
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Certe musiche descrivono precisamente, in maniera perfetta ed inequivocabile più di milioni e miliardi di parole, ciò che davvero sei. Quando vorresti gridare e sai che tutto ciò sarebbe inutile, quando vorresti parlare, dire ciò che senti sapendo che l’unico effetto che sortiranno le tue parole sarà nient’altro che il silenzio come risposta, allora non puoi fare nien’altro che vivere, vivere e viverti comunque sia ciò che sei, ciò che senti, l’amore verso una persona, per una speranza di un occasione che speri ardentemente arrivi e svolti le sorti della tua vita. L’occasione d’essere libero, d’essere te stesso, l’occasione di amare ed essere amato. Per ogni desiderio celato nel cuore, per ogni amore irrealizzato, non pronunciato, per ogni sogno ancora dentro quel cassetto, da costruire con strumenti logori ma su cui ti puoi fidare, per nuove labbra da baciare e pelle da assaporare… soltanto il Cuore ancora in cui poter contare…
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Lei fu come una cometa. Un evento astronomico d’incomparabile e d’incredibile bellezza, sfolgorante nella sua maestosità. Bastò vederla arrivare, poggiare la sua borsa ed il suo zaino sulla sedia accanto alla mia e sentirla parlare, vederla sorridere e perdermi nei suoi splendidi occhi di nocciola e smeraldo, per farmi sussultare il cuore e perdere qualche battito.
Fosse stato solo quel momento, probabilmente ora l’avrei già dimenticata, relegata nello sgabuzzino di tutti gli amori che mai accadranno, di tutte le donne cometa che talvolta passano nella vita di un uomo. Ognuna di loro reca in sé una possibilità, una domanda la quale risposta rivela un’infinità di variabili e probabilità che convergono tutte in un’unica direzione: sarebbe potuta essere lei la donna della mia vita?
Il fatto che il Destino ci riservi per ognuna di esse nient’altro che un fuggevole incontro, la domanda porta in sé già la risposta: “no figlio mio, dice il Fato, non è questa la donna della tua vita”. E allora puoi andare avanti, sereno sulla tua propria strada, consapevole che l’abbaglio che hai preso è solamente questo, nient’altro che un abbaglio.
Ma con lei il Destino dispose le carte in modo totalmente diverso, ha permesso a quella possibilità di farsi largo tra le trame del mio tempo che fino ad allora parve così oscuro. Se stai solo fino a quel momento e ci prendi anche l’abitudine e cominci a starci bene, non è che tu debba per forza esserlo, solo intendo, ma è come se la tua anima ti stia preparando a qualcosa di più grande e meraviglioso.
E quel giorno non fu un solo istante, uno sguardo, uno scambio fuggevole di parole. Ma un intero, grandioso pomeriggio, fino a sera, quando il treno, e questo lo sapevo fin dall’inizio, l’avrebbe riportata via, mille miglia lontano da me e dalla mia città.
Un solo pomeriggio. Troppo poco per essere sufficiente a dirle “resta” o “parto con te”, ma abbastanza per innamorarmi irrimediabilmente e senza via d’uscita di lei. Abbastanza per lavare vie tutte le ferite passate, tutte le più recenti e sofferte delusioni dei mesi e dell’anno addietro.
Perché più la guardavo, più non riuscivo a distogliere il mio sguardo da lei. Sapevo che ogni minuto, ogni istante sarebbe stato prezioso, senza ritorno e prezioso e forse sarebbero stati gli unici momenti che mai avrei avuto in questa vita con lei, perché la partenza ci sarebbe comunque stata, per cui non potevo permettere di perdermi nulla, niente, prendendo tutto ciò che potevo dal tempo e dal Destino.
Ed ero lì, in quella macchina insieme a dei suoi amici conosciuti appena quello stesso giorno , pronto a non perdermi nulla di quello spettacolo, a toccare la sue mani con la scusa di quanto fossero belle e Dio solo sa quanto belle siano davvero.
E poi di nuovo ancora lì mentre sempre a casa di questi amici la osservavo ridere, parlare, dissimulando ogni mio nuovo desiderio fingendo di non guardare, di non ascoltare,
desideri che sempre più si accendevano e rinvigorivano di minuto in minuto, incatenandomi ad un sentimento e ad una passione senza eguali, per cui ogni altra donna su questa terra appariva magicamente priva di bellezza e d’importanza.
O come quando d’improvviso sciòlse i suoi capelli lasciandoli ricadere sulle spalle come fossero un fiume di luce in piena pronto ad inondarmi ed affogarmi il cuore senza nessun preavviso.
Folgorato ad ogni istante!
E la sua pelle, leggermente scura come la sabbia fina al tramonto, la sua bocca di pesca dove già milioni di film nella mia testa giravano a ripetizione, ognuno col medesimo inebriante finale.
E quei fianchi, Dio!!! Quanto potrei perdermi in quei fianchi, in quelle gambe. E sapere che il tutto fa parte di una donna con cui condivido lo stesso medesimo mondo, le stesse fatiche, aspirazioni, desideri. Capire senza alcun dubbio e senza chiedersi il motivo di certe cose, piccolezze di modo, atteggiamenti che solo noi capiamo e di cui ne conosciamo l’intimo segreto. Intesa e complicità, inebriante sensazione unita ad una donna bellissima. Potrebbe mai un uomo chiedere di più?
Alla fine ero fregato, irrimediabilmente, incontrovertibilmente, senza possibilità di ritorno, fregato!
Seppur per così poco, seppur per così poco!!!
Ed alla fine della giornata proporle di accompagnarla fin sotto il treno, e sentirsi dischiudere il cuore in milioni di farfalle svolazzanti al suo si, e poterle ancora stare accanto, finalmente un poco soli, salire le scale di quella stazione ed illudersi anche solo per un momento che non sia un addio, che non siano davvero gli ultimi minuti in cui potrai starle accanto. E far finta che non t’importi che lei parta, che va tutto bene, che poco prima che lei salga su quella scaletta tu sia solo e semplicemente il suo nuovo amico conosciuto da poche ore, quando dentro il cervello e nel cuore hai un sacco di domande di cui vorresti tremendamente avere risposta, ma che non puoi fare perché non né hai il diritto, l’autorità, il potere! Non siete mica fidanzati cazzo!
Chi sono io, per poterle chiedere, dopo solo poche ore, di restare? Come potrei chiedere di partire con lei? Chiederlo magari poco dopo l’abbraccio del saluto, che senti durare quei pochi centesimi di secondo in più di quello che la circostanza richiederebbe. Centesimi di secondo lunghi abbastanza un’eternità da farti scuotere e sobbalzare in ogni atomo. Un abbraccio silenzioso urlato con tutta la tua anima.
E quanto non ti avrei lasciato andare quel momento. E forse era solo illusione lo sguardo che anche in te scorgevo, mentre mi voltavo per non vedere partire quel treno, perché non mi era concèsso neanche stare in attesa a vederlo partire. Fossero stati almeno due giorni, ci fosse stato almeno un bacio, uno solo, allora si, avrei potuto vederlo andare via, né avrei avuto il diritto! Ma così!!!
E così, senza conoscersi pienamente, ma conosciuti abbastanza per poter sperare e crederci, le mie gambe erano già sulla via del ritorno, con nel petto un pianto pietrificato non solo per quello che non era accaduto, ma per tutto ciò che m’impediva, contrastando tutte le mie forze, di far accadere. Lavoro, soldi e città diverse lontanissime l’una dall’altra.
Quando si è bambini e si ha una cosa di fronte ed è a portata di mano, basta allungare la mano, e prenderla. Da uomini, pur avendola davanti, avere le capacità e la forza per prenderla, devi arrenderti all’evidenza che a volte non è il momento, o semplicemente non puoi. La lasci lì, di fronte a te, la osservi, la contempli, sai già di amarla senza riserve e non ci puoi fare nulla. Ed hai un pianto rotto nella gola e non devi piangere perché questa è la vita, e ad un certo punto un uomo deve smettere di farlo, non perché sia male piangere di per sé, ma perché non piangere in quel momento è la forma più alta di rispetto per quella persona, rispettare il tempo non ancora maturo. E a volte l’unica cosa che puoi veramente fare è andartene. Cercando di non piangere. Cercando di non maledire il tempo, i soldi e le distanze.
Questa notte non sono qui. Non sono qui mentre parlo ad un micròfono da cui non avrò risposta, non sono qui mentre lascio scorrere il flusso delle mie parole nell’intima speranza che mi siano di conforto a tutto quello che ancora non sono, ed a tutto quello che vorrei tanto essere con te, che sei così lontana e silenziosa…
Noi siamo dov’è il nostro cuore, ed il mio cuore da quel giorno è lì con te, è rimasto con te. Ed è stato portato via, laggiù, imprèsso nei tuoi occhi, tra le tue mani, tra i tuoi fianchi, le tue risa, lontano, in quella città che non conosco, tra quelle strade e quei luoghi che ti hanno vista diventare donna, e vorrei avere soltanto un occasione, soltanto un’altra occasione, per poter capire se non sia stata illusione quel sentimento che mi è parso, per un istante provenire anche da te.
Ed una speranza ora mi giunge poco prima di abbandonarmi al sonno di questa notte. Che il tempo che ci dividerà ora, in questi giorni, le settimane che passeranno fino al prossimo incontro, se mai ce ne sarà un altro, non abbia la forza di dividerci irrimediabilmente sino a renderci sconosciuti l’uno con l’altra, molto più sconosciuti di quello che già siamo…
Quanto vorrei poterti davvero dire “ a presto”
Lei è stata come un asteroide, una cométa passata e poi scomparsa, ma rimasta imprèssa indelebile nella mia mente e nel mio cuore come una stella d’incomparabile bellezza.
Con una stella così non si può stare semplicemente a guardare. Bisogna diventare astronauti, imbarcarsi ed intraprendere un viaggio interstellare di milioni e miliardi di chilometri per poterla anche solo rivedere, e magari chissà, anche conquistare.
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Andare con calma, con molta calma. E’ quello che mi hai scritto in un sms quella sera quando sei tornata a casa, dopo che ci eravamo persi nelle ore di quel pomeriggio senza tempo, persi nei nostri abbracci, in quei baci infiniti, in quelle carezze interminabili.
Mi dici di andare piano, che hai bisogno di calma. Ma come posso volere la calma, andarci piano? Dopo quello che c’è stato? Ma hai visto la vita la fuori? Hai visto quanto siamo piccoli in confronto a tutto quello? Quanto la nostra vita sia come un soffio, un istante pronto a scomparire dietro l’angolo dei secoli. Siamo uomini e donne senza nome nella folla brulicante la fuori. Di altrettanti uomini e donne senza nome. Come posso andarci piano, quando tutto potrebbe finire da un momento all’altro, che potremmo morire domani e ci saremmo persi tutto. Persi del tempo nell’aspettare, privandoci del tempo concessoci per amare.
Perché tutto ciò che viviamo è così prezioso, unico, raro da non essere buttato via dietro un “andarci con calma”… ed è così poco il tempo…
Senza fretta, quando tutto scivola via? Con calma, quando la vita non lascia spazio a niente e nessuno?
E poi tu sei li che fremi mentre il tuo cuore batte all’impazzata nell’attesa del prossimo abbraccio, della prossima carezza, di quel lavoro che aspetti da tanto tempo, della tua occasione che ancora stenta ad arrivare, del colpo di fortuna, della prossima passeggiata, della donna giusta, del tuo prossimo bacio… ed io dovrei andarci con calma?
Ma se in certi momenti ho così talmente tanta vita, ma così tanta, che mi sembra di non riuscire a trattenerla tutta quanta e da un momento all’altro sento che potrei scoppiare!
E poi mi dici che hai bisogno di andarci con calma?
Nonostante quei baci, quegli abbracci così intensi ed unici in cui mi sembrava di sentire dentro il mio petto il tuo stesso cuore battere all’unisono col mio, dove le nostre mani si cercavano senza vergogna, strette inestricabilmente quasi a dirsi “Non andare”… Che nonostante sia stato solo un giorno che i nostri destini e le nostre vite si sono incrociati è come se ci conoscessimo, da sempre…
E tu alla fine ti sei tirata indietro, hai avuto paura, paura di vedermi ancora, di stare ancora con me, di cercarmi ancora, nonostante tutto quello che abbiamo vissuto quel pomeriggio.
E d’accordo si, hai ragione anche tu, ho pianto,
pianto per quello che è stato con la donna prima di te.
Ed ho pianto talmente tanto, per dei ricordi che ancora fanno così male che a volte mi sembra di amarla ancora e forse invece è soltanto il ricordo di quello che era stato o di ciò che sarebbe potuto ancora essere. O che non è mai stato.
Perché dopo che ami così tanto, dopo che tutta la tua anima ama così tanto e così intensamente, alla fine sembra che non rimanga più niente di te stesso. E ci hai creduto talmente che quando finisce pensi non avrai più la forza di crederci ancora. In niente. In nessuna. Nemmeno nell’amore.
Ma cara amica mia, ho scoperto per fortuna di non essere quel tipo di persona, di non essere quel tipo di uomo. Perché nonostante tutto non smetterò mai di Amare, di crederci ancora. Certo a volte ho paura che forse non smetterò mai di piangere per lei, o forse un giorno smetterò, ma mi rimarrà sempre, nascosto dietro un sorriso, dietro una risata, uno sguardo velato di amarezza e di occhi inumiditi dal ricordo, che inaspettatamente, senza che tu te ne renda conto, spunti una sera, mentre ascolti una canzone o cammini sentendo per strada quello che era il suo profumo…
Ma puoi essere certa che avrò lacrime anche per te. E risate ed amore da dare. Perché nonostante tutta la sofferenza, l’abbandono, le delusioni, nonostante cerchi ancora, io non mi sono ancora arreso, sono ancora qui, a provarci, a mettermi in gioco.
A credere ancora nello svegliarsi abbracciati al mattino, ancora vicini, dormire insieme. Molto, molto meglio di una gran bella scopata a volte. Anzi la cosa migliore sarebbe quello, dopo una bella scopata. Quello che lei non mi ha mai dato. Quell’abbraccio dopo.
Di belle scopate alla fine, se ne hanno sempre quanto se ne vuole dalla vita. Ma di quelle con la persona giusta, quelle che dopo stai abbracciato per ore e non vorresti mai andartene da lì, quelle che ti riempiono l’anima in ogni respiro, in ogni pelle, in ogni battito del cuore, di quelle veramente importanti ce ne sono due o tre, e sono uniche.
E sono quegli abbracci che più mi mancano. Che più desidero. E che desidero ancora da te.
Di cui vorrei tanto innamorarmi.
Innamorarmi ancora, proprio di te, la sola capace di farmi sussultare ancora così tanto, di farmi battere il cuore così come da tempo non succedeva.
Eppure tu te ne sei andata ancora prima di restare, hai voltato l’angolo di quella strada e la terra ti ha divorato mentre scendevi quelle scale, inghiottita dalla fermata della metro che ti avrebbe portato lontano chissà dove. Non so neanche dove abiti.
Ed io non ti ho seguita, ti ho lasciata andare. Ti ho lasciato prendere quella tua strada, come lei fece con la sua e non insisto più, non mi batto più, non lotto più. Mi sono arreso, mi arrendo.
Sono così stanco di inseguire, di amare talmente tanto da far si che il mio amore basti per due, che non ho più la forza di convincere nessuna.
Convincere che forse varrebbe la pena comunque tentare, viverci il fatto di stare insieme, di cercarci, di vederci, che se comunque andrà male comunque sia i momenti belli e migliori non ce li toglierà nessuno.
Ma non ho più la forza per dire tutto questo. Ed allora tu non mi cerchi, non mi chiami, perché quella tua fottuta paura del cazzo ti dice che “forse, che “ma”, quando invece dovremmo dire soltanto “si”. Ed io lascio quel telefono muto e sono io a non chiamare, anche se vorrei.
Perché alla fine è meglio stare soli, si, soli con se stessi, che almeno non ci si tradisce e non ci si delude mai, che sai che se sbagli o cadi lo fai perché comunque sai di averci messo tutto quello che ci dovevi mettere e che comunque ti alzerai, sempre, anche con le ginocchia logore, perché per te stesso non vorrai mai perdere un solo istante di vita, un solo momento di passione, di speranza, di amore.
Ed ora sono qui, in attesa, in questa stanza, ma senza aspettarmi più nulla. Sono con me stesso e non ho più niente da perdere. Forse sei tu, che ci perderai qualcosa.
Ancora una notte senza sentirti, senza sentire lei, senza sentire nessun’altra. Vorrà dire che non sei quella giusta, che quella giusta non era lei, che quella giusta è da qualche parte, nascosta in un appartamento ad aspettare anche lei…
O forse a volte giusti basta soltanto esserlo.
Buonanotte piccola, ovunque tu sia.
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Ci sono stelle che bruciano veloci come una vampa ardente di passione, sfolgoranti, tremende, imponenti e bellissime, troppo intensamente bruciano e si consumano tanto da perdersi in un unico istante. Il loro fuoco è visibile da molte, molte miglia, lontano. Ma non dura che un battito di ciglia e non guidano che pochi pastori e viandanti perdutisi per caso tra sentieri senza meta e senza cammino. Altre invece, sono destinate a perdurare per tempi immemorabili, costanti, crescenti, durature, Il loro fuoco è simile a quello di un porto sicuro nella nebbia più intensa a cui navi, carovane, nazioni e popoli si accalcano. Ardono sempre crepitanti anche nella notte più oscura, alimentandosi del e dal nuovo che vibra ad ogni giorno che avanza, non desinando su altrui ceppi, ma arricchendosi sempre e costanti, sempre più forti, sempre più amati ed amanti, sempre più vitali e ricolmi di Vita ed il loro fuoco è vivo sempre, gioviale, mai antico, ed nuovamente nuovo parla per se stesso, di se stesso per ed agli altri cui ancora brilla e ritrova in ogni ardere l’ardire di ardere con ardore.
Dio come amerò la mia vecchiaia.
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Un altro giorno
ed un altro altro ancora,
arrancheranno senza sosta
sopra questa mia lacera carcassa
oramai arresa ed impotente.
Ore infinite
voraci,
scorreranno senza requie,
interminabili ingorde sempre uguali,
a divorar la mia pace
a cibarsi del sereno che da tempo
ha disertato il mio cuore.
E mi dimeno
fra queste gabbie di ricordi
e domani interrotti,
abbandonato
fra queste terre dove tutto oramai è cenere
e sassi
e silenzi,
oh troppo silenzi!
Insopportabili, pesanti atroci silenzi!
Qui dove niente più cresce,
sterile di sorrisi
e carezze furtive.
Vi era un tempo un sole,
caldo vermiglio ardeva
come mai dovesse perire,
ed ora solo la notte
beffeggia tra queste aride stanze
di questo triste pallido cencio quale ero io.
Stravolto senza rimedio
assisto impotente
alla caduta d’ogni mia passata,
presunta certezza.
Ho perduto la voce dei colori,
il barlume dei suoni
la fiducia d’uno sguardo,
l’importanza del dire e del fare.
Niente più di ciò che ero
e credevo
è rimasto oramai in me.
Come un sudario,
trascino le vestigia
di questa mia inerte ruvida salma,
attraverso questa notte
attraverso quest’altra fottutissima notte,
all’alba d’un giorno inevitabile risveglio.
Come un attore
fingo,
la vita che più non possiedo.
Marionetta,
dinoccolato atteggio sorrisi
ed occhi velati
di lacrime troppo amare per essere spente.
Un gioco che m’avvolge
fingo me stesso,
disperato alla ricerca d’un senso
che senso più senza te niente non ha.
Stringo nuovamente i pugni,
inatteso indosso la voce silente
di armi rinnegate in un angolo della mente.
Sola speranza,
mia voce, calore e consolazione,
voce di cui voce i pugni son privi
e scaldano il cuore
queste dure e pesanti carezze,
catene,
che cullano morbide,
più delle mille spade che dissanguano il mio petto.
Danzando su un quadrato di pelle colorata,
di fronte ad un uomo che è soltanto te stesso,
solo canto la mia nuova vecchia canzone,
l’unica le cui parole
nel dolore leniscono il dolore,
nel sangue placano il sangue
nella ferita mondano ogni ferita
e ad ogni scontro,
tornerò ogni volta più a casa
dimenticando per un poco ciò che eri,
fuggendo
dal solo tuo ricordo.
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